Gramsci, l’autonomia del marxismo e la lotta contro la doppia revisione

L’argomento è allo stesso tempo argomento principale e premessa: una sorta di filo conduttore generale senza il quale è impossibile leggere il pensiero di Gramsci, e che allo stesso momento è fondamentale per controbattere ad alcune letture della figura di Gramsci piuttosto diffuse ai giorni nostri. Per far questo ci baseremo sulla lettura del decimo e dell’undicesimo dei quaderni dal carcere. Si tratta di due quaderni scritti tra il 1932 ed il 1933, rielaborando una serie di appunti su argomenti di filosofia, già contenuti nei precedenti quaderni. Una prima sistematizzazione di alcuni argomenti, che serviva come appunto per un corso di formazione filosofica, che ci concede di basarci su materiale rimaneggiato e quindi meno approssimativo, rispetto ad altri quaderni, sebbene in ogni caso Gramsci concepisca ancora quel lavoro come parziale e non definitivo. In questi due quaderni è contenuta la riflessione politica di Gramsci sulla doppia revisione che il marxismo ha subito negli anni,  una riflessione che non si limita a questi quaderni, ma che continua anche successivamente, come testimonia il caso degli appunti presenti nel sedicesimo quaderno, che saranno qui citati.

Gramsci conduce una vera e propria lotta contro quella che lui stesso definisce come “doppia revisione” del marxismo. Questa lotta sul terreno teorico è volta a ricostruire quell’unità ideologica tra materialismo e dialettica, conquista essenziale del marxismo, che negli anni era andata perdendosi. Scrive Gramsci nel sedicesimo quaderno: «Il laceramento avvenuto per l’hegelismo si è ripetuto per la filosofia della praxis, cioè dall’unità dialettica si è ritornati da una parte al materialismo filosofico, mentre l’alta cultura moderna idealistica ha cercato di incorporare ciò che della filosofia della praxis le era indispensabile per trovare qualche nuovo elisir». Dunque  per Gramsci occorre ristabilire quell’unità, che è  premessa teorica dell’autonomia del marxismo dalla filosofia pre-esistente, e dunque sua caratteristica rivoluzionaria. E allo stesso tempo rigettare ogni riduzione del marxismo al materialismo precedente e all’idealismo.

È bene ripetere in questa sede la considerazione fatta sulla terminologia gramsciana nell’introduzione. Quando Gramsci parla di filosofia della praxis lo fa perché si trova in carcere ed evita nei suoi appunti di citare esplicitamente il termine marxismo. Per Gramsci in carcere filosofia della praxis è marxismo. Qualcuno, limitando la lettura della condizione storica di Gramsci, afferma che l’utilizzo è intenzionale per ragioni teoriche, ossia perché Gramsci fa propria la definizione gentiliana del marxismo. L’argomento posto in questo modo – Gramsci discepolo di Gentile – non è condivisibile ed è fuorviante. Non lo è innanzitutto perché basta leggere gli scritti di Gramsci prima del carcere per vedere come egli parli di marxismo e non di filosofia della praxis, dunque Gramsci – come sarà evidente alla fine di queste riflessioni – non è contrario all’utilizzo del termine marxismo, non esprime un rifiuto di concepire l’insegnamento di Marx come sistema teorico definito. Vedremo come proprio la sua opera sia orientata nella direzione, opposta al punto da rivendicare l’autonomia della teoria marxista Né è condivisibile affermare che Gramsci si ponga sul terreno della definizione gentiliana per condivisione della visione di Gentile su Marx. Se una ragione teorica si vuole trovare, sempre subordinata a quella materiale della condizione della prigionia di Gramsci, va vista più che altro nel discorso di lottare contro l’analisi che il neoidealismo faceva di Marx, proprio partendo dalla definizione del marxismo che veniva data dall’avversario. Gramsci quando scrive queste riflessioni, vuole colpire sul terreno teorico il campo avversario, e dunque accetta di usare la definizione del marxismo che era in voga nel dibattito filosofico italiano, rendendo in questo modo più immediata la sua critica. Fatta questa premessa torniamo ad analizzare quanto afferma Gramsci.

«E’ avvenuto che la filosofia della praxis ha subito realmente una doppia revisione teorica, cioè è stata sussunta in una doppia combinazione filosofica. Da una parte alcuni suoi elementi, in modo esplicito o implicito, sono stati assorbiti ed incorporati in alcune correnti idealistiche (basta citare il Croce, il Gentile, il Sorel, lo stesso Bergson…); dall’altra i cosiddetti ortodossi, preoccupati di trovare una filosofia che fosse, secondo il loro punto di vista molto ristretto, più comprensivo di una «semplice» interpretazione della storia, hanno creduto di essere ortodossi identificandola fondamentalmente nel materialismo tradizionale.»  Gramsci ci dice anche chi sono gli artefici di questa doppia revisione del marxismo, che egli individua, da una parte in alcuni «intellettuali puri» che hanno tentato di sussumete il marxismo nella filosofia idealistica, assimilandone alcuni elementi, dall’altra parte nelle «personalità intellettuali più spiccatamente dedite all’attività pratica» e più legate alle grandi masse. Sarà bene procedere nell’analizzare questa doppia revisione, spiegando la posizione di Gramsci, alla luce del contesto storico partendo dalla prima, perché storicamente anteriore, ossia la riduzione del materialismo storico al materialismo pre-marxista. L’analisi di questa revisione è contenuta nei capitoli dedicati al saggio popolare di Bucharin, ma per comprenderne a fondo la portata, e capire lo sviluppo storico della prima revisione del marxismo, sarà bene partire dal contesto all’interno del quale si è formata, e da come si sviluppa storicamente l’ortodossia marxista che Gramsci critica.

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La prima revisione: la riduzione del marxismo al materialismo pre-marxista.

Leggendo la critica che Gramsci rivolge ai cosiddetti “ortodossi” qualcuno è caduto nel tranello di vedere in queste parole una critica di Gramsci al movimento comunista e in particolare al marxismo-leninismo. In realtà si tratta di un errore dovuto alla discrepanza tra il significato che il termine ortodossia e gli aggettivi derivanti avevano all’epoca di Gramsci rispetto al significato odierno. Se ai giorni nostri si utilizza la definizione di ortodossia per il marxismo-leninismo, si parla di marxisti o comunisti “ortodossi” in riferimento ai partiti che ancora di definiscono comunisti dopo la fine dell’Unione Sovietica, al tempo di Gramsci per “ortodossia” si intendeva tutt’altro. È necessario allora fare qualche passo indietro nella storia ed entrare nel dibattito teorico che Gramsci ha a mente quando parla di revisione del materialismo storico in materialismo volgare.

Quando Gramsci parla di ortodossi volge certamente lo sguardo alla seconda internazionale, ed in modo particolare al dibattito interno alla SPD tedesca, con le sue proiezioni su tutto il movimento operaio europeo. I marxisti “ortodossi” altro non erano che quella parte della socialdemocrazia tedesca, e di riflesso della seconda internazionale che vedevano in Karl Kautsky, in quel dato momento storico il proprio riferimento teorico e politico. Kautsky si era guadagnato una grande fama per essere stato a lungo a contatto con Marx ed Engels, in modo particolare di quest’ultimo, ed aver curato successivamente alla loro morte la pubblicazione di alcuni scritti. Kautsky si era inoltre pronunciato sempre per il mantenimento dell’unità teorica degli scritti di Marx ed Engels, guadagnandosi per l’appunto una enorme fama di teorico marxista, che lo rese senza dubbio la figura più eminente della seconda internazionale.

Quando nel 1899, Bernstein con il suo libro «Le premesse del socialismo» aprirà la stagione del revisionismo politico, Kautsky rappresenterà nel dibattito politico interno alla SPD e alla seconda internazionale, il punto di riferimento di quanti si opponevano al revisionismo di Bernstein. Per capire quanto l’attacco lanciato nel 1899 fosse profondo, vale la pena – in un corso di formazione come questo – di spendere qualche parola su questa fase politica, che è indispensabile per comprendere appieno il successivo dibattito ed anche il contesto ed il pensiero di Gramsci.

La critica di Bernstein verteva sulla richiesta che la socialdemocrazia si emancipasse da «una fraseologia [rivoluzionaria ndr] che è di fatto superata» e più specificatamente di «conseguire la trasformazione socialista della società attraverso il mezzo delle riforme democratiche ed economiche.» Per capire quanto fu forte l’impatto della critica di Bernstein e quanto radicalmente investisse il pensiero di Marx ed Enegels, basta citare un’affermazione di Rosa Luxemburg che elevò il libro di Bernstein a manifesto dell’opportunismo. «La corruzione bernsteiniana è stato il primo ma anche l’ultimo tentativo di dare un fondamento teorico all’opportunismo. Diciamo l’ultimo perché nel sistema bernsteiniano sono proceduti così oltre, negativamente il rinnegamento del socialismo scientifico, positivamente l’eclettismo e la confusione teorica che non resta più altro da aggiungervi.» Tra coloro che con più forza si opposero a Bernstein c’era Kautsky che al contrario affermò che la socialdemocrazia non avrebbe potuto essere «un partito che si limiti a riforme democratico-socialiste, esso deve diventare un partito della rivoluzione.»

Quando Gramsci critica gli ortodossi non si pone certo sul terreno del revisionismo di Bernstein, ma su elementi teorici e politici che analizzeremo tra poco. Tuttavia la critica gramsciana all’ortodossia si inserisce pienamente nella critica che i comunisti rivolgeranno alla socialdemocrazia e a Kautsky, e non ha nulla a che vedere – come è ovvio – con il revisionismo di Bernstein. Basta citare a tal proposito il giudizio di Gramsci su Bernstein al quale rimprovera: «sotto l’apparenza di una interpretazione “ortodossa” della dialettica, una concezione meccanicistica della vita e del movimento storico… il concetto di evoluzione volgare naturalistico, viene sostituito con il concetto di svolgimento e sviluppo» Per Gramsci appare oltretutto paradossale perché Bernstein «ha cercato le sue armi nel revisionismo idealistico, che avrebbe dovuto portarlo invece a valutare l’intervento degli uomini come decisivo nello svolgimento storico.» Mentre in Bernstein – sostiene Gramsci – si finisce con valutare l’intervento umano in modo unilaterale «come tesi, ma non come antitesi; efficiente come tesi, ossia nel momento della resistenza e della conservazione, è rigettato come antitesi, ossia come iniziativa e spinta progressiva.» In ultima analisi per Gramsci, parallelamente al revisionismo politico, Bernstein costruisce una teoria della passività.

Questo sguardo sul dibattito politico interno alla SDP agli albori del XX secolo, ci ha aiutato a contestualizzare storicamente alcuni passaggi, ma non ci ha ancora detto molto sulla critica gramsciana alla cosiddetta ortodossia marxista. Gramsci aveva affermato che «i cosiddetti ortodossi…hanno creduto di essere ortodossi identificando [il marxismo ndr] fondamentalmente nel materialismo tradizionale.» A cosa si riferisce Gramsci? Al passaggio di revisione teorica che l’ortodossia marxista – ossia la parte legata a Kautsky nella seconda internazionale – aveva portato avanti, corrompendo il marxismo con elementi derivati delle scienze naturali. Questi elementi erano poi stati riportati nell’analisi storica e politica. In modo particolare si era innestato un nesso tra marxismo e darwinismo, che Kautsky riteneva entrambe teorie dell’evoluzione. Era stato facile allora vedere il parallelismo, e costruire una teoria dell’evoluzione dal capitalismo al socialismo, che faceva leva su una distorsione dell’analisi economica marxiana e si traduceva nel determinismo assoluto, e nell’attendismo politico. Mentre Engels con l’Antidhuring (e poi Lenin con «Materialismo ed empirocritisicmo») si era sforzato, di fronte alla contaminazione storica che si stava verificando tra socialismo e positivismo, di rovesciare questo processo, inserendo una visione dialettica anche in ambito naturale, l’ortodossia marxista farà il processo contrario introiettando elementi derivati dalle scienze naturali – elementi di tipo meccanicistico – all’interno del marxismo, corrompendolo e generando per usare l’espressione di Gramsci nel descrivere quanto storicamente accadrà « capitomboli di non poca importanza storico politica».

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Sulla base di questa teoria erronea la seconda internazionale e la SPD si caratterizzano per l’attesa che la rivoluzione si compia da sé. Per esemplificare questo modo di pensare basta citare Kaustky il quale affermava che «il nostro compito, non è quello di organizzare la rivoluzione, ma di organizzarci per la rivoluzione, non fare la rivoluzione, ma usarla». Si riteneva che il processo descritto da Marx, così come l’evoluzione darwiniana, fosse un processo in grado di realizzarsi da sé, nel momento in cui le condizioni economiche fossero state sufficientemente mature. Alcuni accusano Engels di aver avvalorato questa linea di pensiero negli ultimi anni della sua vita, ma si tratta di un errore. E’ esemplificativo in questo senso quanto scritto in relazione all’articolo sulla lotta di strada (pubblicato poche settimane fa da senzatregua) e su come Engels si infuriò nel vedere tagliate alcune parti dell’articolo, tali da farlo apparire un “pacifico fautore della legalità ad ogni costo” (vedi http://www.senzatregua.it/?p=504) .

Da questa errata lettura del pensiero di Marx, derivò l’incapacità politica di agire nel contesto europeo dei partiti socialdemocratici, i quali finirono per caratterizzarsi per la loro passività politica. Gramsci da una spiegazione storica di questo fatto. Non a caso imputa la revisione del marxismo in questo senso, a quelle personalità dedite all’attività politica che si trovarono a dover fare i conti con il pensare sostanzialmente metafisico delle grandi masse. Gramsci da dunque una spiegazione, che non è assolutamente una giustificazione politica, anzi. Per Gramsci «il determinismo meccanico diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente ed ostinata. “Io sono sconfitto momentaneamente, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare ecc.” La volontà reale si traveste in un atto di fede, in una certa razionalità della storia, in una forma empirica e primitiva di finalismo appassionato, che appare come un sostituto della predestinazione, della provvidenza, delle religioni confessionali.» Ma Gramsci che spiega questo fenomeno a livello di massa, proprio per l’arretratezza culturale delle masse e il loro essere abituate al pensiero metafisico, accusa i dirigenti politici. «Occorre sempre dimostrare la funzionalità del determinismo meccanico, che spiegabile come filosofia ingenua della massa e in quanto solo tale elemento intrinseco di forza, quando viene assunta a filosofia riflessa da parte degli intellettuali, diventa causa di passività…» Esattamente quello che accadde nei partiti socialdemocratici.

La storia degli anni seguenti è nota. Con la rivoluzione d’Ottobre, si ebbe la prima dimostrazione storica del fatto che il processo di passaggio dal capitalismo al socialismo, lungi dall’essere determinato storicamente nella forma di un’evoluzione graduale, intrinseca e spontanea, necessitava di un atto cosciente e determinato da parte di un soggetto rivoluzionario. Un atto che si configurava senza alcun dubbio come rottura, come passaggio qualitativo, che sfugge ad ogni logica di evoluzione naturale meccanica. La storia, risultò chiaro a tutti allora,  per citare Lenin, aveva “bisogno di una spinta”, di un soggetto rivoluzionario che, contrariamente a quanto sostenuto dalla seconda internazionale, organizzasse e facesse la rivoluzione. Kautsky che nel frattempo si era guadagnato l’epiteto di “rinnegato”, aveva accompagnato – non senza strasci polemici, come nel caso della guerra – la fine della seconda internazionale. Con percorsi differenti alla fine le posizioni con il revisionismo bernsteinano vennero praticamente a coincidere dal punto di vista politico sostanziale. «Il fine della nostra lotta politica rimane sempre quello che è stato finora: conquista del potere statale attraverso la conquista della maggioranza in Parlamento ed elevazione del Parlamento a potere del governo. Non certo la distruzione del potere statale.»

L’ortodossia marxista si era rivelata per quello che era: una mistificazione del marxismo, sua riduzione ad una teoria evoluzionistica della società, dove il determinismo, aveva costituito la base per attendismo e passività, preludio del completo tradimento. È contro questa concezione “ortodossa” che Gramsci propone con forza la sua lotta teorica, non di certo contro Lenin, come qualcuno impropriamente ha sostenuto. E allora anche la definizione di ortodossia, che non può più coincidere con una mistificazione del pensiero di Marx, rivelatasi altrettanto problematica se non più del revisionismo esplicito,  per Gramsci «deve essere rinnovata»

 La preoccupazione di Gramsci è che tale processo possa ripartire anche in seno al neo costituito movimento comunista, legato alla terza internazionale. Gramsci prende di mira quello che per tutti i quaderno è denominato “saggio popolare”, che altro non è che «La teoria del materialismo storico» di Bucharin. Si tratta di uno dei (tanti) manuali che venivano scritti a scopo didattico formativo, come introduzione allo studio del pensiero di Marx ed Engels. In carcere Gramsci utilizza proprio questo manuale come filo diretto per argomentare la sua critica generale contro la riduzione del materialismo storico al semplice materialismo volgare.

Per Gramsci ciò che fa Bucharin è ridurre il marxismo ad una sociologia, o meglio dividere in due parti nettamente distinte la sociologia e la filosofia, rompendo il nesso dialettico del marxismo. È interessante notare che le accuse che Gramsci rivolge sotto il profilo teorico a Bucharin, sono le stesse che Lenin prima, e il gruppo dirigente di maggioranza del PCUS con lo scontro interno al Partito, tra Stalin e Bucharin, gli rivolge. Nel testamento di Lenin, che Gramsci non conosceva perché sarà edito solo nel 1956 (tenere a mente che resta un documento controverso storicamente) Lenin lodando Bucharin, evidenzia nella sua debolezza proprio l’assenza di dialettica- «Bucharin non è solo il teorico più stimato e più forte del partito, ma è pure considerato legittimamente come il beniamino di tutto il partito; però è molto dubbio che le sue concezioni teoriche possano essere considerate interamente marxiste, dato che in lui c’è qualcosa di scolastico, (egli non ha mai studiato e, credo, non ha mai compreso interamente la dialettica)» Osservazione ribadita anche da Stalin che lo definisce «un teorico senza dialettica».

Gramsci non conosce queste posizioni; quella di Lenin perché come spiegato la versione del testamento che noi conosciamo sarà pubblicata solo nel 1956, mentre il giudizio di Stalin arriva in pieno scontro con Bucharin, tra il 1928 ed il 1929. Gramsci è già in carcere, e quanto riuscirà a carpire da racconti di altri detenuti, non sarà certo il dato dell’assenza di dialettica di Bucharin. Dunque la critica di Gramsci non è né semplice un allineamento acritico in ossequio ad una posizione di maggioranza politica, né una posizione dissimile o in contrasto con quella che aveva il gruppo dirigente del PCUS, a cui era arrivato in modo autonomo e parallelo dallo studio del testo di Bucharin. Questo conferisce evidentemente – a parere di chi scrive – una certa giustificazione teorica delle accuse di errori nell’analisi del marxismo, fatte nei confronti di Bucharin.

Per Gramsci Bucharin è caduto in una contraddizione di fondo. « L’ambiente ineducato e rozzo ha dominato l’educatore, il volgare senso comune si è imposto alla scienza e non viceversa; se l’ambiente è l’educatore esso deve essere educato a sua volta, ma il saggio non capisce questa dialettica rivoluzionaria.» Per Gramsci la lettura di Bucharin contribuisce a far precipitare il marxismo nel materialismo pre-marxista. «La filosofia della prassi tende a diventare una ideologia nel senso deteriore, cioè un sistema dogmatico di verità assolute ed eterne; specialmente quando, come nel Saggio popolare, esso viene confuso col materialismo volgare, con la metafisica della “materia” che non può non essere eterna e assoluta»

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In ultima analisi Bucharin finisce per negare implicitamente l’autonomia del marxismo, in quanto lo riduce a «socio1ogia del materialismo metafisico». «La teoria diviene caotica, una sequenza di singole constatazioni incoerenti; la prassi diviene opportunistica, poiché basata su una casistica: invece di una metodologia storica, di una filosofia, egli costruisce una casistica di quistioni particolari» . La base di questo processo è ancora una volta l’utilizzo delle scienze naturali e ancor di più delle teorie scientifiche meccanicistiche, per spiegare lo svolgimento della storia. «il non aver saputo dare a questa concezione del mondo, la sua autonomia scientifica e la posizione che le spetta di fronte alle scienze naturali, anzi, peggio, a quel vago concetto di scienza in generale che è proprio della concezione volgare.»

Quanto al riflesso politico di tale concezione Gramsci ritiene di dover precisare il problema della prevedibilità degli accadimenti storici «per essere in grado di criticare esaurientemente la concezione del casualismo meccanico»  « L’estensione della legge statistica alla scienza e all’arte politica può avere conseguenze molto gravi in quanto si assume per costruire prospettive e programmi d’azione. […] Infatti nella politica l’assunzione della legge statistica come legge essenziale, fatalmente operante, non è solo errore scientifico, ma diventa errore pratico in atto; essa inoltre favorisce la pigrizia mentale e la superficialità programmatica.» Inutile dire a questo punto che la preoccupazione di Gramsci è che l’applicazione di concezioni meccanicistiche ai fatti umani e  alla storia, passaggio superato con il marxismo, portino ad un determinismo e all’attendismo esasperato, favorendo quella che Gramsci definisce la pigrizia mentale e superficialità programmatica.

 Abbiamo compreso ora cosa si intende per prima revisione del marxismo, per ortodossia marxista ai tempi di Gramsci, e quali siano le preoccupazioni politiche che derivano dalle errate interpretazioni teoriche del pensiero marxista che Gramsci espone nei quaderni. Per Gramsci il marxismo aveva due compiti teorici fondamentali: «combattere le ideologie moderne nella loro forma più raffinata…e educare le masse popolari, la cui cultura era medioevale»  Proprio facendo leva su questo punto Gramsci individua la motivazione storica della prima revisione del marxismo. «per ragioni didattiche la nuova filosofia si è combinata in una forma di cultura che era un po’ superiore a quella popolare, ma assolutamente inadeguata per combattere le ideologie delle classi colte, mentre la nuova filosofia era proprio nata per superare la più alta manifestazione culturale del tempo, la filosofia classica tedesca, e per suscitare un gruppo di intellettuali propri del nuovo gruppo sociale di cui era la concezione del mondo.» Onde evitare alcuni possibili fraintendimenti è bene tenere a mente da subito, quanto successivamente spiegheremo. Per Gramsci l’intellettuale moderno, ed in particolare l’intellettuale del proletariato, non è assimilabile al concetto astratto di intellettuale tipico della filosofia, e della concezione che tuttora abbiamo in maggioranza, ma è intellettuale e politico, guida della classe. La riduzione del materialismo storico al materialismo volgare aveva rappresentato un arresto di questo processo, finendo per lasciare che si ci appoggiasse alla cultura materialista pre-esistente. Un processo spiegabile storicamente, ma non giustificabile, ed al quale era necessario porre rimedio.

Ma nell’affrontare il materialismo volgare bisognava per Gramsci evitare un’altra revisione, quella della riduzione del pensiero di Marx a livello dell’idealismo, revisione presente in ambienti intellettuali puri, come diremo oggi a livello accademico. Quando Gramsci scrive questo processo è già avvenuto ed ha contribuito ulteriormente a lacerare l’unità teorica del marxismo, che deve essere ristabilita. Da un eccesso di è passati all’altro, ed occorre una nuova sintesi – vedremo poi quale significato ha questa espressione in Gramsci – per ricomporre l’unità dialettica del pensiero marxista. Siamo pronti adesso per affrontare la seconda revisione del marxismo.

Testo di di Alessandro Mustillo (2013)

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