Emergenza e guerra: scelta politica della Babele post-moderna

Si era proposto addirittura come guida della “transizione democratica” chiedendo salvacondotto N.A.T.O. – questo si “chirurgico”, selettivo – per il padre dalle cui mani (che usa per stringerle ai rappresentanti dell’Unione africana “accettando” non la resa, ma il cessate il fuoco, pronto ad un negoziato per la fine dei raid stranieri e sul petrolio) cola il sangue del suo popolo. Viceversa, migranti provenienti dal NordAfrica e da altri inospitali paesi del mondo sbarcano sulle spiagge più ambite da chi guarda al paesaggio ed alla cultura con gli occhiali del turista. Disidratati, sporchi, tremolanti, affamati, afflitti, spaventati, senza più ponti alla spalle né mete certe da raggiungere, sono i viaggiatori sopravvissuti dell’ingiusta “economia – mondo” che approdano proprio là dove stanziano danarosi, tonici, abbronzati, profumati, sazi, saccenti, intraprendenti turisti occidentali non in grado d’immaginare tanto ostinato e disperato attaccamento alla vita. Gli sguardi reciproci sono un corto circuito, un incongruo contatto.

SudEst e NordOvest si incontrano e toccano all’improvviso, c’è una percezione senza rassicuranti mediazioni, c’è la constatazione che altri mondi esistono davvero e che la Babele post-moderna invano prova ad occultare. Incongrui oggetti, d’una realtà raccontata da soggettive angolazioni mentali, si palesano: da un lato, presenze fantasmagoriche che non dovrebbero manifestarsi e che vanno cancellate, deportandole, dall’altro un litorale della sponda settentrionale del mar Mediterraneo che intende continuare a  commerciare, a fare affari, a fare crociere su barche a vela, nutrito di persone che si scandalizzano quando sostengono gli altrui occhi, percepiti ancora inopportunamente vivaci, sfrontatamente capaci di interrogare coscienze sopite dal presunto benessere materiale. I tragici ping pong frontalieri si sommano a respingimenti armati nel “giusto trattamento” di chi non è desiderato. Immagini d’una emergenza che, dietro le quinte dell’organizzazione sociale del capitale multinazionale globale, sussiste da sempre, malgrado la “creativa regia” del NorOvest nel rappresentare l’epoca attuale come un “unico” mondo privo di contraddizioni, quasi impossibilitato a produrre cortocircuiti.

Sull’indipendenza e libertà dei popoli del SudEst, pesano tante ipoteche: la povertà di popolazioni stremate da secoli di sfruttamento e guerre; le tensioni fra distinti gruppi etnico-religiosi (animismo, cristianesimo, islam), fomentati politicamente alla reciproca aggressione sovradeterminando così la vita di milioni di persone; il commercio del petrolio; le orrifiche lotte per il controllo dei mercati di minerali rari (come il tantalio); le élite al potere fino ad oggi sostenute e protette dal NordOvest, coccolate addirittura come nel caso dell’apertura recente del “Ferrari World Abu Dhabi”. Questo è il mondo babelico ed emergenziale, sempre in procinto di collassare nella degenerata terminale “forma proprietaria di civiltà”, ma altrettanto in grado di riprodursi ovunque c’è un possibile business, in Cambogia come in Nepal, in Congo come in Ruanda o Thailandia o in Libano. La logica speculativa della Babele post-moderna [1] è la seguente: dopo le bombe, le ruspe, dopo le tragedie dei genocidi, l’oblio, dopo l’orrore, la “democratizzazione” dello sfruttamento umano, senza limiti d’età o rispetto di genere. In nome della “ricostruzione” del mondo da parte dei sociopatici che attualmente lo governano, nulla possono proteste, fiaccolate o flash mob. Le relazioni politico-giuridiche sono sistematicamente sconvolte per salvaguardare l’impalcatura, lo status quo, per arginare ogni falla che potrebbe preludere ad oggettive trasformazioni sociali; gli “antichi regimi” sopravviveranno, fra sussulti popolari e massacri, ancora per decenni: il mondo attuale, babelico ed emergenziale nella sua verace “struttura”, può solo essere rivoluzionato per essere sostituito. Non può esserci compatibilità tra “interessi territorialmente e socialmente vasti” e “interessi politicamente ristretti”. La rappresentazione del cambiamento reale, può passare per la strada della testimonianza, ma non lo realizza. La qualità delle idee rivoluzionarie e la loro potenza divulgativa devono dispiegarsi in azioni antagonistico-duali di massa, coscienti e caparbie, fuoriuscendo anche da una lucida, spaventosamente attuale e potente “narrazione” e “pratica simbolica” per disegnare una netta linea di demarcazione che separi per sempre la sfera mistico-naturalistica della “legge” da infrangere necessariamente, dal sistema esigenziale universale, inteso come scienza positiva e coscienza storicamente data dei diritti e beni comuni, grazie ai quali far implodere l’insieme dei rapporti fra i cittadini e il potere repressivo degli Stati.

La Babele post-moderna consiste in un esibizionismo planetario di uomini in divisa ovunque dislocati e programmati per per uccidere, deturpati nell’anatomia da protesi-arma e con paesaggio mentale e tecnologico colonizzato dal fascino mercantile della morte. Uomini, figli dell’orrore, che vegetano nel fluido magma di ciò che ci circonda: socialità negata, fragilità dell’esistenza, inibizione e soffocamento delle biografie e storie personali, stupri di personalità. Nell’auspicata e raggiunta contemporanea confusione, sostanziale e semantica al tempo stesso, tra “vita” e “morte”, i corpi sono terreno di conquista e, se refrattari all’asservimento, obiettivi di annientamento. Barconi alla deriva, naufragi, uomini e donne dispersi ed inghiottiti dai fluttui, rischi senza alcun piacere raggiungibile, essere in balia, queste le metafore sacrificali della supposta “emergenza” che, invece, non è che il consueto funzionamento del “sistema”. L’emergenza non è affatto l’ipostasi del capitalismo globale. La fenomenologia della tragedia umana, nelle sue più recenti manifestazioni, fornisce indicazioni attendibili per una sorta di stabilizzazione in atto delle incertezze, per la nemesi di disvalori che “dicono”, ancor più dettagliatamente e chiaramente del passato, d’una precisa corrispondenza in quella che è la struttura della soggettività umana: una condizione sempre attuale di assoluta, ingovernabile precarietà. Infatti, trascorso un mese dall’incidente nucleare della centrale di Fukushima, viene classificato al livello massimo di 7; come quello della centrale di Cernobyl che, nel frattempo, si “risveglia” dal suo sarcofago deteriorato come puntuale presagio di ulteriori morti e così via, come nel caso delle vittime della silenziosa esposizione all’amianto.

Analisi militante di questa strategicamente caotica contemporaneità, vuole estraneità nei riguardi della proliferazione, senza pari e senza confini, di eventi di  morte fisica e civile; eventi tragici inutili, oltretutto, ad un disorientamento di massa già interiorizzato, profuso da “informazione” e “cultura”. Media e istituzioni formativo-culturali, infatti, giustificano il clima e l’architettura sociale dell’epoca (raccontata “ambiguamente”, in modo “iperreale”, nell’indistinzione tra “oggetti” e loro rappresentazioni politico-ideologiche, come dice Jean Baudrillard [2] e provocano nel NordOvest una congiuntura generazionale non sempre propizia all’insubordinazione. L’esito è la formazione di una mentalità che iscrive l’emergenza nelle forme di vita. Purtroppo, proprio lo sfilacciamento sistemico in corso ne perpetua la sua sopravvivenza dissolvendo – come un prisma attraversato dalla luce – il “nemico” in tanti “mostri” e l’obiettivo del “j’accuse” si disomogeinizza, svapora in un deserto di cenere che rende ardua la possibilità di riscatto. Riscatto,  innanzitutto, attraverso una rivoluzione riorganizzativa dello “spazio collettivo pubblico” a fronte di un ambito “privato” indefinitivamente ed  egolatricamente  tendente a fagocitare all’infinito risorse umane produttive, sia esse cognitarie che meramente manuali. Sul terreno sociale, infatti, restano il terrore, l’angoscia, lo stordimento, l’inazione politico-progettuale. Questa fenomenologia emergenziale, babelica post-moderna replica quanto già più volte, in modo cruento, umanamente disastroso è accaduto nell’officina della guerra [3] che ha contraddistinto il Novecento del precedente secolo.

Il risentimento non deve essere intellettuale, ma di adesione generazionale al flusso antagonista delle cose, allo scaturire spontaneo degli eventi d’insubordinazione, d’organizzazione e di pianificazione della rivoluzione sociale, politica, culturale. Ciascuno è legato, giocoforza, al proprio “tempo” che ne causa la formazione e incoraggia la vocazione all’omologazione o al pensiero critico. Se gli anni ’80, eredi del “lungo” decennio precedente intriso di generosa, inquieta e nomade estetica simbolico-trasformativa, hanno evitato la sutura del “comunismo novecentesco” con l’esperienza resistenziale europea esercitando una minoritaria “critica delle armi”, improduttiva di nuovi scenari sociali e nuove istituzionalità popolari, quindi, autolesionista, oggi non va commesso il medesimo errore interpretativo di allora. Il fatto di formarsi all’interno di un determinato clima non significa manifestare in seguito un’incapacità interpretativa dei successivi mutamenti. In Europa ed altrove i sommovimenti sono così profondi ora, che è bene comprenderne la prospettiva, peraltro ancora da aprire. Per farlo correttamente, va evitato il rincorrere e/o “frequentare” mode politico-culturali, sovrastrutture teoriche con correlato uso improprio di linguaggi tanto pervicacemente “originali” quanto spesso malinconicamente effimeri nel conseguire, per tutti, più libertà. Va evitato di confondere tendenze alternative al costume vigente come se fossero alternative politiche; piuttosto,  è inevitabile concentrarsi su cosa offre la stagione del terzo millennio apertasi in Tunisia, in piena espansione in Libia e Siria e dominata dalla “tecnologia immateriale”, in termini di scuotimento di antichi, solidi assetti internazionali di potere, ipotizzata come “la condizione postmoderna” già da Jea-Francois Lyotard nel 1979, nell’omonimo saggio: l’entrata in crisi di un sistema di potere basato sul censo e sulla trasmissione dinastica ed ereditaria dello stesso. In effetti, la “crisi” del grande “racconto” capitalista non si è compiuta e continua babelicamente ed emergenzialmente (questa la sua espressione ed essenza) a fornire un “ordine” generale al mondo e al sapere che lo interpreta. Il “principio di indeterminazione” è l’anima razionale di questo mondo ove la pluralità di linguaggi che l’uomo ha apparentemente a disposizione rappresenta il buco nero distorsivo  della verità delle cose, del già visto e vissuto, di un eterno ironico deja vu, del “relativo” che trionfa e depotenzia la progettualità insita nei tentativi di radicale innovazione sociale. Anche i linguaggi espressivi del disagio e della contestazione sono il frutto della ricerca esistenziale ed individualista d’estraneazione, ben consapevole dell’internità, dell’integrazione coatta che subiscono tutti i soggetti subalterni ancorché consci della possibilità di attribuire alla “politica”, certo non intesa genericamente come sistema elettorale delle deleghe, ed all’organizzazione rivoluzionaria un ruolo di guida per uscire realmente dall’impasse.

L’insicurezza sociale porta al “si salvi chi può”, al percorso d’una suggestiva salvazione spirituale, forse addirittura teologica, rafforzando quel percorso psicologico sociale che conduce alla paura ed alla genuflessione. Le  forme dell’incertezza e della caducità della condizione umana sono il portato più ostico da sradicare della “ricorrente catastrofe post-moderna”; le forme dell’annichilimento nell’attuale società dell’emergenza di massa, si propongono come unico scenario dell’inquietante, perché sembra inevitabile, scomparsa di ogni possibile reciproco sostegno e solidarietà sociale; la dimensione della promozione di una cultura del senso di comunità è frenata dalle tendenze disgregatrici insite nell’emergenza di massa. Lo stress collettivo [4] costituisce l’avvelenamento dei pozzi della “critica” e dell’organizzazione delle rivolte. Legami sociali, coesione interpersonale, pur dichiarati, non preludono ad un coinvolgimento progettuale ed ad un protagonismo eversivo d’una pluralità di individui; semmai, ad una sterile sopravvivenza allo stesso minacciato sistema sociale in fase di disintegrazione ristrutturativa.

Il movimento antagonista, antisistema, è gattopardescamente giocato, da una genia di “buoni malfattori”, interamente entro il “dinamismo” dell’iniziativa capitalistica che sta cambiando la sua guida politica ricostruendo equilibri di forza continuamente, continuamente “recuperando” gli impatti di “rottura” sistemica. Rumors annunciano che la diffusione sociale della precarietà nel NordOvest si contrasta con il “reddito di cittadinanza”, che alla disoccupazione si risponde con “flessibilità e formazione”, che la crisi del Welfare si risolve con la lotta antiburocratica e la “razionalizzazione” gestionale dei “servizi alla persona ed alla comunità”, che l’integrazione dei migranti va “regolata” … ben guardandosi dal mettere in discussione la “razionalità capitalistica”, le profittevoli logiche imprenditoriali, i santuari del denaro, così officiando il rito del “politicamente corretto”. Al contrario, la radicalità dell’intenzione rivoluzionaria e della funzione riorganizzativa del movimento antagonista antisistema non passa da un “nuovo” Governo mondiale o da “democratiche” elezioni politiche; è oggettivamente determinata dalla ristrutturazione mercantile della “vita” di miliardi di esseri umani e della conseguente immodificata stratificazione sociale e ritrova e rinnova soggettivamente la sua genesi nell’identificazione di un nemico da abbattere internazionalmente: il capitale.

La possibilità di poter spiegare il mondo – pur ardua – non va ricondotta alla sola dimostrazione di uno “sviluppo” sociale e di una “crescita” economica che in realtà non sussistono. Quasi espressione d’una coscienza “postuma”, la dimostrazione del “fine ciclo” sembra aggrapparsi alla pluralità di “linguaggi” che l’uomo ha a disposizione per “narrare” il “declino” sperando di scongiurarlo. La polifonia di “voci” resistenti diviene frantumazione di “testi” vaganti, di “saperi” diffusi in affollate catacombe, di “pratiche” divergenti esercitate in mescolanze reticolari ancora però connesse al “sistema”. Il “senza limiti” rivendicato è solo un’ironica posizione cosciente di assenza di conoscenze appropriate, che spesso viene impiegata come arma proprio contro chi sostiene “conoscenze universali” mettendo in valore gli aspetti d’organizzazione politica delle “diversità antagoniste”. Poter trovare delle “verità” relative è già un modo di “stare fuori” dal sistema che non preclude, però, il complessivo lavorio antisistema, né prevede immediate verità onnicomprensive. L’unità di intenti e l’amalgama coscienza / comportamenti all’interno del contesto emergenziale dato, incatenati alla scelta politica mondiale d’una permanente Babele post-moderna, devono contrastare l’acquiescenza all’idea  della cosiddetta “guerra giusta”.

I cristiani, ai tempi di Agostino, vollero conciliare il pacifismo originario con la difesa dello Stato e della civiltà dalle invasioni barbariche che minacciavano l’Impero. Poi, sembrò giusta la violenza nella lotta alle eresie, successivamente quella necessaria all’evangelizzazione dei pagani. I giuristi cristiani e il giusnaturalismo dissero giusta la guerra che ha un causa legittima (un’aggressione) ed è l’extrema ratio per difendere un bene superiore. In questo modo, si arriva a giustificare la “guerra preventiva”, una sorta di procedura giudiziaria unita ad operazioni di “polizia internazionale”, molto simile all’istituto germanico e medievale del “giudizio di Dio” che da ragione a chi vince. Oggi, qualcuno giudica gli ulteriori impegni politico-militari del NordOvest come sviluppo naturale delle scelte compiute sotto l’egida dell’ONU, nascondendosi dietro missili “intelligenti” NATO, portatori di grandi benefici alle operazioni, che però commettono errori uccidendo ribelli e popolazione non in armi. Naturalmente e contestualmente alla guerra, gli USA autorizzano intese commerciali: l’acquisto del petrolio dagli insorti. Il reato di clandestinità è per la Corte UE solo in contrasto con la propria direttiva sui rimpatri. A Marrakech come altrove autoctoni e stranieri muoiono indifferentemente in attentati. A Lampedusa arrivano migliaia di persone da ovunque, per la sopravvivenza. In fondo, come dichiara il ministro degli esteri francese Juppé, l’obiettivo del NorOvest è indebolire l’apparato repressivo, non uccidere Gheddafi; che la guerra continui. Come le occulte e, per questo motivo, spettacolari esecuzioni (la figlia di Bin Laden dice che il padre è stato catturato vivo dalle forze speciali e poi ucciso nei primi minuti del raid). Ancora meno si conosce dei rastrellamenti in Siria, delle irruzioni nelle case e delle centinaia d’arresti. In contemporanea, nelle metropoli del NordOvest si susseguono blitz anti-sovversivi, fermando ed indagando centinaia di persone per associazione a delinquere e violenza privata. Non eventi di cronica, sono la storia colta nel profondo babelico svolgimento.

All’esigenza di collocare ogni elemento del piano emergenziale bellico (espressione e contenuto), delle sue strutture semio-operative all’interno di un preciso disegno di significazione, risponde il percorso generativo del senso della permanente Babele post-moderna dalla quale necessariamente fuoriuscire, poiché macchina lucidamente impazzita, meccanismo volutamente incontrollabile, ambiguamente impersonale, sovrumano. Come ha scritto il filosofo franco-lituano Emmanuel L évinas (1906-1995), “la guerra distrugge l’identità dello Stesso”.

Note:

[1] Una spiegazione generale del concetto di postmoderno, la troviamo nel Dizionario Garzanti di Italiano 2006: postmoderno [post-mo-dèr-no] agg. [f. -a; pl.m. -i, f. -e] si dice di tendenze, atteggiamenti culturali che considerano superate le certezze ideali, filosofiche, scientifiche proprie della modernità […] in ambito letterario e artistico, si dice di tendenze che, in polemica con l’ideologia del progresso, perseguono la commistione di modi e forme del passato con elementi e spunti innovativi.

[2] Utile il confronto con Riflessi della scienza. Cultura umanistica e scientifica a confronto, Albertina Oliverio-Alberto Oliverio, Casa Editrice Valore Scuola, Roma, 1996.

[3] L’officina della guerra. La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Antonio Gibelli, Universale Bollati Boringhieri, 2007. Indagare sul processo di adattamento di milioni di uomini alla realtà della Grande Guerra – una guerra smisurata, radicalmente nuova, la prima guerra tecnologica di massa – è l’obiettivo che si pone l’autore per capire il primo conflitto mondiale e i mutamenti che segnarono l’avvento della modernità. Il libro non si occupa dell'”esperienza di guerra” in senso circoscritto. Ciò di cui milioni di uomini fecero simultaneamente esperienza tra il 1914 e il 1918 non era solo la guerra, ma il mondo moderno: un mondo pienamente pervaso dall’industrialismo e dai principi di efficienza e standardizzazione, in cui lo Stato si insediava capillarmente nella vita privata e nell’interiorità di ciascuno mobilitando sentimenti, immagini, nuove forme di comunicazione. Un mondo in cui si affermavano la scrittura e la fotografia, il grammofono e il cinema. L’esperienza della guerra è perciò vista in stretto contrappunto con quella del lavoro: il lavoro della guerra era una nuova manifestazione delle condizioni del lavoro nella società industriale. Strumenti essenziali per quest’analisi sono le testimonianze scritte (epistolari, diaristiche, memorialistiche) dei fanti e accanto a esse, intrecciate con la memorialistica colta, le testimonianze di medici, psichiatri, psicologi che permettono non solo di esplorare il versante traumatico del conflitto, ma di penetrare nella loro soggettività e di delineare i contorni di quel “mondo nuovo”. La terza edizione è arricchita da un saggio inedito dell’autore.

[4] Psicologia dei disastri. Comunità e globalizzazione della paura, Gioacchino Lavanco, Franco Angeli, 2003.

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